martedì 14 luglio 2015



 Tempo di prove





Quando ci si accorge che non si è preparati nell’affrontare una prova? Quando si fa la prova…

Ogni anno prima degli esami nei vari istituti si fanno prove per dare modo agli studenti di verificare la preparazione e dare un’idea di come funzionerà durante l’esame di maturità la prova scritta.

Quest’anno è andata così:
Il 76% dei maturandi non si è sentito pronto per la prova e ha avvertito un forte stress per la simulazione, mentre  il 20% ha dichiarato di non ritenere sufficienti le ore a disposizione per lo svolgimento e solo il 4%, ha ammesso di essere pronto. E' l'esito di un sondaggio al quale hanno risposto in 15.000, in occasione della simulazione della seconda prova di Maturità per il Liceo Scientifico.

Da sempre un esame è il momento in cui il dubbio spazza via tutte le certezze, per qualsiasi studente!
E’ il tipico momento in cui ti sembra poco qualunque sforzo fatto per apprendere quella materia, qualunque essa sia. Poi si comincia a tirar fuori qualcosa, si fissa un punto su cui cominciare e miracolosamente tutto si allinea; la conoscenza della materia riemerge dalle profondità in cui si era rifugiata e la tensione comincia ad allentarsi.

Oggi, sembra che sia più dura di così! I ragazzi si rendono conto che manca la preparazione ma non si tratta del solito “panico da esame”. C’è qualcosa che comincia a mancare ai nostri studenti ed è qualcosa, che è nelle basi dell’insegnamento e dello studio, che evidentemente sta sfuggendo di mano. 

Che cosa manca?

Immagina qualcuno che ti prende per mano e ti dice: “Vieni a sentire: è interessantissimo!” e ti porta a sedere  in una stanza dove c’è una persona che sta parlando. Questa persona parla di qualcosa che ti sembra tanto interessante quanto guardare una goccia d’acqua che evapora a temperatura ambiente. Tra l’altro usa termini esoterici come “l’esegesi giuridica delle idiosincrasie legislative paleocristiane” (N.d.R.: interpretazione delle contraddizioni nelle leggi del periodo paleocristiano). Dopo un po’ di tempo in cui stai cercando i sottotitoli di quel che sta dicendo l’oratore, sembra logico che ti assalga nell’ordine una strana sensazione allo stomaco, una specie di nervosismo isterico, una catalessi profonda, la necessità fisica di non essere lì. E’ ovvio, quindi, che ti giri verso il tuo vicino e gli chiedi che ore sono. Se è un tipo simpatico dopo trenta secondi avrai attaccato bottone e a fine giornata è nata un’amicizia.

Questo è ciò che, più o meno, accade a ogni studente ai giorni nostri: un bel momento ti viene comunicato che andrai a scuola, il che ti sembra una cosa buona; è un posto dove vanno tutti i bambini, dove si gioca... Da quel momento praticamente nessuno ti spiega davvero perché ti trovi a scuola!

Quando andavi a scuola in una bottega artigiana, nei tempi andati, per imparare a fare il vasaio era chiarissimo il fatto che chi ti stava insegnando aveva l’obiettivo di farti diventare un vasaio competente (competente inteso come persona in grado di fare una cosa possibilmente meglio degli altri, utile a sé e alla comunità).

La scuola oggi si ritrova ad avere come scopo, più o meno dichiarato, l’istruire lo studente. Ma l’istruzione è solo un passo che precede la competenza (non occorre solo essere istruiti in qualcosa per poter essere competenti) ed è questo che rende la scuola di oggi inadeguata o, per meglio dire, la fa percepire  inadeguata.

Per ritornare dunque alla domanda: che cosa manca? 

Uno scopo per studiare, un metodo efficace, sufficiente allenamento, esercitazioni, contatto con la realtà (quella di un possibile, probabile, futuro ambiente di lavoro) …?

Il principale di un’azienda sa già che non assumerà una persona competente, se assume un giovane appena uscito di scuola, perché avrà bisogno di un tirocinio e non gli sarà di aiuto nemmeno notare con che voti ha terminato gli studi. Che acquisto?

Se la scuola sfornasse davvero persone competenti, il principale di quell’azienda non avrebbe problemi ad assumere una persona che nel giro di una settimana potrebbe lavorare a pieno ritmo nella sua azienda.
E’ evidente che nonostante la buona volontà di quanti operano nel campo dell’istruzione c’è molto spazio per migliorare; ma per migliorarla bisogna sapere dove si vuole arrivare. 

Dove si vuole arrivare?

Ad una meta ben definita che preveda una scuola coerente con la realtà odierna, libera da fronzoli nozionistici e pedanterie ma in cui non manchi nulla; per dirla con le parole scritte dall’autore della pedagogia usata in un centinaio di paesi in giro per il mondo da Applied Scholastics, l’educatore, amico dell’Uomo, L. Ron Hubbard:

Un programma di istruzione che cominci coi genitori del bambino, prosegua attraverso la scuola materna e la scuola elementare e media, passi attraverso la scuola superiore fino all'università e preservi ad ogni passo l'individualità, le ambizioni innate, l'intelligenza, le capacità e le dinamiche dell'individuo, è il miglior baluardo non solo contro la mediocrità, ma anche contro qualunque nemico del genere umano.”

Per info sulla nostra didattica e sui nostri metodi di apprendimento: info@tecnologiadistudio.it - applisko@gmail.com

Articolo di A. Pellati e G. Legnani per Applied Scholastics Italia e Med

venerdì 18 luglio 2014



Articolo di Applied Scholastics Online Academy

“La scoperta consiste nel vedere ciò che tutti gli altri hanno visto e pensare ciò che nessuno ha pensato.”
– Albert Szent-Gyorgyi, autore di “The Scientist Speculates”



Nella nostra società altamente tecnologica la capacità di fare ricerca è vitale per poter avere successo. Eppure molte scuole non la insegnano mai e anche quando lo fanno solitamente trascurano il passo più semplice e più basilare, qualcosa che il bambino deve essere in grado di fare prima di poter effettuare la sua ricerca. Di che si tratta? Si tratta del fatto che dev'essere in grado di osservare (vedere, guardare) ciò che ha di fronte.
Per insegnare l'osservazione è necessario permettere al bambino di osservare le cose da sé. E per raggiungere tale scopo dobbiamo essere disposti a ignorare le sue risposte sbagliate. Ciò non vuol dire che si debbano dare al bambino concetti sbagliati o permettere che li conservi. Non è questo ciò di cui stiamo parlando. Non confondiamolo con la lettura, in cui insegnamo ai bambini che le parole hanno definizioni precise. Non confondiamolo con la matematica, dove insegnamo che i problemi spesso hanno precise risposte. Non confondiamolo nemmeno con l'ortografia, dove insegnamo che le lettere vanno scritte in un ordine specifico, che permette a chi legge di duplicare ciò che è stato scritto.
Piuttosto, ciò di cui parliamo qui, è quella capacità unica del bambino di vedere ciò che vede. Funziona così: chiediamo al bambino di dirci quello che percepisce (vede, osserva, guarda) in un dato momento. E l'unica risposta “giusta” (corretta, vera) è esattamente e precisamente quello che il bambino percepisce.
Il concetto è talmente elementare da essere spesso trascurato. Lo si può comprendere meglio se lo si paragona al modo in cui un bambino molto piccolo scopre il mondo. Eccone un esempio: quando mio nipote Corbin aveva circa un anno e mezzo come molti bambini adorava giocare a nascondino. Nascondeva la testa sotto il lenzuolo e, dato che lui non riusciva a vedere me, riteneva che anch'io non potessi vedere lui. Io mi adeguavo alla sua idea e lo cercavo in lungo e in largo, chiedendo a voce alta: “Oh, dove si sarà nascosto Corbin?”.  Alla fine sollevavo il lenzuolo e dicevo: “Ti ho trovato!” e lui strillava compiaciuto. Nel giro di alcune settimane, Corbin aveva poi imparato per conto suo (senza che nessuno glielo dicesse) a nascondere tutto il corpo.
È facile migliorare l'arte della scoperta: se il vostro bambino dice che il ragno che sta guardando ha quattro zampe e un occhio, semplicemente ringraziatelo per avervelo detto. Non cercate di correggere la sua osservazione. Ben presto scoprirà l'altro occhio e le altre zampe per conto suo, se gliene viene data l'opportunità.
Quando diciamo a un bambino: “No, no, no, non è così”, “È storto, non è dritto”, “È blu scuro, non è nero”, “Su questo sbagli e su quello hai torto”, finiremo per avere un bambino che smette di guardare le cose per conto suo.
Dobbiamo essere disposti a ignorare l'imprecisione nell'osservazone dei bambini e a permettere che loro stessi la mettano a posto. Quando incoraggiamo i bambini a osservare da sé, permettiamo loro di sperimentare la magia della scoperta.
 


venerdì 25 ottobre 2013



SCUOLA

Definizione
Luogo in cui si perseguono finalità educative* seguendo una programma di studi o delle attività metodicamente** ordinate.
Luogo dove s’insegna e s’impara.
Una volta la scuola era il luogo del tempo libero, dove si andava a riposare dopo il duro lavoro fisico e in quel luogo i maestri davano lezione.

Derivazione
La parola scuola deriva dal latino Schola che prende dal greco Scholè = ozio, riposo. Da qui deriva il verbo greco Scholazein col significato di stare in ozio, riposarsi, avere il tempo di dedicarsi a qualcosa che piace e per divertimento. Infine questa parola a sua volta si collega al greco ékein = tenere saldo, possedere, avere.
Quindi la scuola è il luogo dove si ottiene istruzione; l’istruzione ben fatta fa in modo che una persona sappia utilizzare le informazioni imparate a scuola e sappia dare il meglio di sé stessa tramite il sapere. Il sapere conferisce potere. 

Da notare nella definizione le parole seguenti:
* educative deriva da educare. Educare è l’attività di formare un individuo invitandolo a tirare fuori le sue abilità tramite le istruzioni ricevute in precedenza;  modellare quindi un individuo tirando fuori le sue potenzialità e permettergli di dimostrare le sue capacità. 
** metodico deriva da metodo (già definita altrove in questa pagina)
*** istruzione che significa fornire delle informazioni e dei dati fondamentali che possono essere utilizzati per svolgere delle attività. Radice: dal latino InstruereIn =dentro e Struere = mettere, costruire, fabbricare, comporre porre a strati.